La radiografia ai Bronzi di Riace spiazzò i ricercatori: ecco cosa si vide all’interno

I Bronzi di Riace sono un mirabile esempio della scultura classica. Alcuni dettagli poco conosciuti delle due straordinarie statue.

Quando nel lontano 1972 sul fondale poco distante dalla costa di Riace Marina, nella Città metropolitana di Reggio Calabria, i sub ritrovarono le due statue, la sorpresa fu grande. La straordinaria fattura, lo stato di conservazione e le dimensioni del ritrovamento indicarono immediatamente chiaro che i reperti erano dei pezzi unici.

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La radiografia ai Bronzi di Riace spiazzò i ricercatori: ecco cosa si vide all’interno (luoghideali.it)

Infatti quelle di Riace sono tra le pochissime statue in bronzo di epoca classica giunte fino a noi quasi intatte. Si affiancano a quelle ritrovate in Grecia: l’Auriga di Delfi e il Cronide di capo Artemisio, conservate ad Atene. Immediatamente si avvio il lavoro di ripulita dei reperti, prima a Reggio Calabria e successivamente a Firenze, presso il Centro di Restauro della Sovraintendenza Archeologica della Toscana.

I Bronzi di Riace, cosa nascondevano alla vista

A Firenze i tecnici eseguirono un delicato lavoro di ripulitura con le apparecchiature più moderne, effettuando anche delle accurate analisi radiografiche. Questo per verificare la struttura interna, lo stato di conservazione e lo spessore della lega metallica di cui erano composte le statue. Tutti elementi necessari per procedere al lavoro di restauro.

Dalle radiografie emerse un primo dato inatteso: il braccio destro della statua B, quello del Guerriero vecchio, e l’avanbraccio sinistro dove era saldato lo scudo erano di una fusione diversa dal resto della statua. Dalle analisi emerse che erano stati saldati in epoca diversa e successiva a quella di realizzazione della scultura.

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I Bronzi di Riace, cosa nascondevano alla vista (luoghideali.it)

Con molta probabilità le nuove parti furono saldate per sostituire gli arti originali danneggiati durante l’esposizione dell’epoca. Una scoperta sensazionale che ci fa capire l’attenzione che era riservata alle statue e l’uso espositivo che se ne faceva. Emersero anche altri particolari, come i materiali differenti dal bronzo usati per la realizzazione: l’argento dei denti, il rame dei capezzoli e le labbra, l’avorio e la calcite per gli occhi.

Ma non solo con le radiografie emerse il materiale usato anticamente per il modello interno delle due statue, la cosiddetta terra di fusione, che indica il metodo di realizzazione dei Bronzi, con ogni probabilità il metodo indiretto a cera persa. Questa era la tecnica migliore per realizzare opere così complesse e di grandi dimensioni (le statue misurano circa 197 centimetri). Il risultato era cavo e quindi più leggero e facile da trasportare.

La terra di fusione fu successivamente rimossa, perché erano evidenti processi di corrosione. Il risultato fu un alleggerimento dei bronzi che da circa 400 chili, diminuirono a circa 160. Ora è possibile ammirare le statue al Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, dove tornarono definitivamente dal 2013.

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